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in una storia che intreccia un uomo, la sua terra
e la famiglia che ne custodisce l’eredità.
“In effetti è stato così: non c’erano ancora troppi produttori, ma rispetto ai decenni precedenti erano già aumentati di numero e molti di loro credevano nel nuovo sviluppo e in una strategia che mettesse al centro del progresso l’origine e la potenzialità della zona. Inoltre, era cresciuto anche il posizionamento del Barolo, che aveva assunto i connotati di un vino di pregio e di classe che sapeva resistere al tempo e competere con i grandi vini del mondo. Il mercato stesso aveva condiviso la nuova dimensione del Barolo ed era alla ricerca costante di vini di alta qualità e di sicura origine da portare in giro per il mondo, creando uno sviluppo che, in queste dimensioni e in tale rapidità, non si sarebbe mai più ripetuto. La crescita del Barolo nell’identità, nell’immagine e nella quotazione economica in quel periodo si è fatta esponenziale”.
In questa fase così tumultuosa, com’era Luciano?
“Il grande sviluppo del Barolo non lo ha mai eccitato troppo: Luciano è rimasto sempre molto cauto. Aveva ancora sulla sua pelle gli anni delle vacche magre e perciò anche in questa fase così positiva non si è lasciato lusingare. A livello associativo, è rimasto molto legato alla prima associazione di cui aveva fatto parte, quella Piccoli Produttori dei Grandi Vini del Piemonte che aveva segnato il rilancio delle aziende agricole di dimensione limitata e che Luciano aveva vissuto come una sua seconda casa. Soprattutto, non condivideva gli atteggiamenti trionfalistici di alcuni suoi colleghi. Rispetto agli altri, lui era più cauto, più controllato e meno rumoroso. Preferiva la concretezza allo spatuss (ostentazione) come si dice in buon piemontese. Questo suo modo di essere lo si è visto in tante cose, a cominciare dall’autovettura che utilizzava. Lui voleva un’auto a posto, in regola, ma sempre di tipologia moderata. Ricordo che quando decise di comprarsi la Giulia dell’Alfa Romeo, lo ha fatto in sordina e preferendo un’auto di seconda mano a una nuova. Sempre con l’obiettivo di non fare troppa ostentazione. Era la sua natura”.
Dopo la scuola primaria sono andato all’Enologica, ad Alba.
Nel 1987, quando mi sono diplomato, l’azienda non era in grado di assicurarmi un posto di lavoro: Luciano era ancora in Marchesi di Barolo.
L’autorevolezza era la cifra del suo percorso professionale. In alcuni casi dava l’impressione di essere autoritario tanto era sicuro di sé e delle sue decisioni.
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