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in una storia che intreccia un uomo, la sua terra
e la famiglia che ne custodisce l’eredità.
Approfondimenti
Marcello Crini è un toscano verace e ha sviluppato un rapporto schietto con Luciano. Almeno
trent’anni di condivisione e stima. Veniva dalla scuola alberghiera, anche se da giovanotto la
ristorazione gli stava un po’ stretta. Preferiva pensare in grande, avere ampi orizzonti. Ironia
della sorte, è finito per quasi 15 anni, tra il 1982 e il 1995, a lavorare alla Banca Nazionale
dell’Agricoltura. Ma quel lavoro è stato il trampolino di lancio per altri voli pindarici.
Ma la ristorazione ce l’aveva nel cuore e nel destino. Perciò, mentre lavorava in banca, aprì un
piccolo locale a Mercatale Val di Pesa. Di mattino faceva il bancario, di pomeriggio e di sera
l’oste. Meno male che il destino ha voluto così. Diversamente, chissà se avrebbe mai conosciuto
Luciano…
Quel piccolo locale a Mercatale è stato la sua palestra, lì ha ampliato la passione per cibo e
vino e la voglia di conoscere. Lì ha incontrato tanti personaggi. Anche Gino Veronelli e Daniel
Thomases, con i quali ha fatto amicizia. Al Barrino di Firenze aveva incontrato anche Gino Paoli
e Cesare Giaccone. E nel 1988 aveva conosciuto anche Luciano.
Mese dopo mese, quel ristorante a Mercatale è diventato il luogo di degustazione e di incontro
per tanti enologi del territorio: lì c’erano i vini che piacevano ed eccellenti prodotti
gastronomici.
Ma parliamo dei ricordi che legano anche adesso Marcello a Luciano…
“Prima di incontrare Luciano, frequentando la Langa, – esordisce Marcello – spesso
divagavo. Mi
perdevo in quel mondo così complesso. Chi mi ha introdotto in quella realtà è stato Gian
Bovio,
ristoratore di gran nome a La Morra. Era l’inizio degli anni Novanta e da quel momento la
Langa
per me non ha più avuto segreti”.
E nell’incontro con Luciano come sono andate le cose?
“Inizialmente – puntualizza – non ci siamo coinvolti. Lui aveva due lavori e io anche
e non
sempre venivo in Langa quando avrei voluto. Il vero incontro con Luciano è avvenuto a metà
anni
Novanta grazie ai suoi straordinari Barolo 1989 e 1990”.
Cosa ricorda di quel periodo?
“Soprattutto ricordo il suo garage di casa. Poco per volta è diventato il punto d’incontro,
anche a orari impossibili. Aveva poca produzione, ma riuscivo sempre ad avere una
riservazione
speciale. Quando poi Luciano ha avuto la supercopertina su The Wine Spectator, allora è
diventato più difficile ottenere in assegnazione i suoi vini. Il diktat era: fino a 12
bottiglie
va bene. Di più no. Io cercavo di forzare la mano e caricavo la macchina, ma, dietro di me,
Mariuccia – la moglie - la scaricava… Era un gioco che si ripeteva ogni volta. Tra
noi c’è
sempre stato un rapporto di grande stima e apprezzamento”.
Com’era Luciano come persona?
“Luciano veniva come me – sottolinea Marcello – da una famiglia contadina e come me
faceva due
lavori. La sua dinamicità e il suo carattere eclettico mi hanno sempre affascinato. Grazie
al
suo atteggiamento spontaneo e costruttivo, siamo entrati in sintonia. Non c’era bisogno di
tante
parole o di accordi scritti. Bastava una stretta di mano e tutto era a posto”.
Com’era il Luciano produttore?
“Era molto serio. Conosceva la vigna e la seguiva negli anni. Era molto legato al territorio
e
affidabile e coerente nelle sue scelte. Non ha mai cercato scorciatoie o atteggiamenti
modaioli.
Faceva le sue scelte con oculatezza, soppesandone le conseguenze. Per questo le sue
intuizioni,
i suoi progetti e il suo lavoro hanno regalato contributi positivi al territorio, stimolando
gli
altri produttori a cercare la qualità del Barolo e a valorizzarne l’origine”.
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