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in una storia che intreccia un uomo, la sua terra
e la famiglia che ne custodisce l’eredità.
Approfondimenti
I Cabutto erano una famiglia di contadini, o meglio di viticoltori, a Barolo. Questo almeno fino
a Giovanni Cabutto, classe 1888 e mancato nel 1985, a quasi 100 anni.
A Giovanni sarebbe dovuto subentrare il figlio Carlo, classe 1920, ma a 18 anni lasciò la casa
di famiglia e il paese di Barolo per raggiungere Torino e lavorare nella gastronomia Radice, in
Via Madama Cristina.
A casa Radice, Carlo Cabutto ha incontrato l’amore della sua vita, Ida Iemmi, nativa di
Sant’Ilario d’Enza che – dopo aver rifiutato di andare a fare la mondina nelle risaie vercellesi
– si era accasata dai Radice come persona di servizio.
L’amore sembrava orientare i due giovani verso una vita comune, ma le vicissitudini belliche di
un’Italia fascista che inseguiva sogni impossibili lo portarono per sette anni a combattere su
vari fronti, con alterne fortune e con pesanti interferenze con la sua salute.
Doveva partire per l’Africa, ma un destino benevolo lo ha fatto arrivare in ritardo all’imbarco
sulla prima nave, che in mare aperto è colata a picco. Così è partito con la nave successiva, ma
durante la campagna d’Africa il destino avverso lo ha fatto sbattere con un brutto incidente
nella cucina del campo, in seguito al quale ha rischiato di morire per le bruciature da olio
bollente che gli avevano colpito tutto il corpo.
Rientrato in Italia e poi a casa, Carlo tornava solo saltuariamente a Barolo. Preferiva
proseguire il suo lavoro nella gastronomia di Torino, dopo aver ritrovato – anche in questo caso
in maniera rocambolesca – la sua amata Ida ed essere con lei convolata a nozze.
Il resto è storia più recente e ne abbiamo parlato con la figlia Maria Angela: “In
famiglia – ha
ricordato non senza emozione – non c’era nessuno che volesse occuparsi della terra, in
particolare di quella vigna di Nebbiolo da Barolo situata sulla prestigiosa collina dei
Cannubi.
Non una parte qualsiasi di Cannubi, ma la zona denominata Monghisolfo di Cannubi, che a
tanti
suonava come una terra speciale dove si produceva un Barolo di valore”.
Viene spontaneo chiedersi perché Giovanni e Carlo Cabutto abbiamo deciso di vendere quella
vigna
così prestigiosa a Luciano Sandrone che non aveva una sua cantina e non a qualcun altro già
più
introdotto nel mondo del Barolo.
“Conoscendo mio nonno e mio papà – ricorda Maria Angela Cabutto – non è da escludere
che sia
stata proprio questa condizione a orientarli a tale scelta. So che loro desideravano che chi
acquistava quel pezzo di terra dedicasse ad esso attenzione e cure particolari proprio in
virtù
di quanto valeva quel sito. E probabilmente Luciano garantiva loro un atteggiamento di
questo
tipo, molto di più di un’azienda affermata che l’avrebbe comprata più per fatti economici
che
per passione”.
Forse ci fu qualcuno che favorì l’incontro di Giovanni e Carlo Cabutto con Luciano Sandrone. E
in effetti c’è chi pensa che a facilitare quel contatto sia stato un collega di lavoro di
Luciano alla Marchesi di Barolo: si chiamava Sebastiano Foglio e aveva un bel rapporto di
amicizia con Luciano e uno di parentela con i Cabutto. Ma è solo una supposizione.
“In ogni caso, – puntualizza Maria Angela – l’affare andò in porto. Se ricordo bene,
l’importo
della compravendita fu di 6 milioni di lire, un importo che - visto alla luce dei prezzi
attuali
- può apparire molto conveniente per chi acquistava. Nella realtà, quel prezzo accontentò
tutti,
compratore e venditori, che sapevano di aver messo la loro vigna di Monghisolfo di Cannubi
in
ottime mani”.
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e la famiglia che ne custodisce l’eredità.