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in una storia che intreccia un uomo, la sua terra
e la famiglia che ne custodisce l’eredità.
Capitolo 17
Roberto Vezza è nato nella Regione Conforzo in comune di Diano d’Alba, ma a un tiro di schioppo da Grinzane Cavour. Classe 1952, è cresciuto in una famiglia contadina legata alla viticoltura e così ha ben presto capito che la Scuola Enologica di Alba era quella più adatta al suo carattere e alle sue aspettative. Diplomato enologo nel 1972 – annata critica, nella quale non erano stati prodotti né il Barolo e neppure il Barbaresco – dopo alcune esperienze professionali nel settore, a settembre del 1977 è approdato alla Marchesi di Barolo a Barolo. In questa cantina ha trovato come cantiniere Luciano Sandrone, che era lì da qualche anno.
“La prima volta che ho incontrato Luciano – esordisce Roberto Vezza – ho trovato un ragazzo un po’ nervoso, per certi versi un po’ disorientato. Sembrava che non fosse soddisfatto del suo lavoro e, con il passare dei giorni, ho capito il perché. Sul lavoro come nella vita Luciano era puntiglioso, preciso, orgoglioso di quello che faceva, ma in azienda c’erano alcune carenze tecniche che andavano risolte e, prima che arrivassi in azienda, aveva la sensazione che nessuno se ne fosse reso conto. Al mio arrivo in Marchesi di Barolo aveva contribuito l’Enol. Renato Ratti, che allora dirigeva il Consorzio del Barolo e del Barbaresco. Dopo alcuni mesi, vennero chiarite le competenze professionali: a me venne affidato l’incarico di direttore tecnico, a Luciano quello di cantiniere. Ci guardammo negli occhi e capimmo che avremmo dovuto lavorare sodo per orientare l’azienda verso la migliore situazione organizzativa e produttiva. Ma siccome il lavoro non faceva paura né a me né a Luciano, in breve trovammo la strada giusta. È in quel momento che ho conosciuto il “vero” Luciano. Degustavamo insieme i vini, individuavamo gli spazi di crescita e trovavamo in fretta le soluzioni più opportune. Mi accorsi che Luciano aveva un’ottima preparazione, anche se aveva fatto solo l’Avviamento. Aveva sopperito alla mancanza di una scuola specifica con una preparazione da autodidatta fatta sui libri che si era acquistato e letto con attenzione. Mi resi conto di avere con me un cantiniere che aveva una competenza superiore alla media”.
Hai qualche ricordo più specifico di quel periodo?
“I ricordi sono tanti – precisa Roberto – anche perché quello era un periodo ancora embrionale di quello che sarebbe poi stato il rinascimento del settore vitivinicolo in Langa e Roero. Vedendo le cose con gli occhi di oggi, sembra quasi impossibile che allora non si riuscisse a far dialogare la vigna con la cantina. Eppure era così: ognuno andava avanti per conto suo. La vigna produceva la materia prima, ma non sapeva se andava bene per la cantina. Sarebbero dovuti passare ancora alcuni anni per arrivare alla gestione del vigneto finalizzata alla qualità delle uve e dei vini. Altro che diradamenti! Allora i terreni più fertili producevano ben più del massimale consentito dai vari disciplinari, ma sembrava che andasse bene così. D’altronde, i vinificatori non erano disponibili a pagare in modo adeguato le uve e allora il viticoltore sopperiva al prezzo unitario troppo basso con l’aumento della quantità per ettaro. Dai dialoghi che avevo quotidianamente con Luciano era chiaro che entrambi avremmo saputo cosa fare, ma bisognava trovare gli argomenti giusti per convincere non solo i viticoltori, ma anche coloro che producevano e vinificavano in proprio. È stato un lavoro lungo e faticoso, durato una decina di anni, ma alla fine avere le idee giuste ci ha permesso di trovare le soluzioni più adeguate”.
Che cos’è che ha finalmente fatto cambiare idea?
“A questo riguardo, gli anni Ottanta sono stati determinanti. È vero che a metà di quel decennio, nel 1986, sarebbe scoppiato il grave scandalo del metanolo, ma quello è stato solo la punta dell’iceberg. La fase del rinnovamento oramai era avviata anche perché proprio in quel periodo si stava affacciando sulla scena del settore vitivinicolo albese una generazione di figli di viticoltori, che cominciavano a guardarsi attorno e a chiedersi come mai in Francia, più precisamente in Borgogna, i vini venissero venduti a prezzi ai quali noi non eravamo capaci. Così, insieme a Renato Ratti, Massimo Martinelli e tanti altri, abbiamo realizzato tanti viaggi di studio in Borgogna. Furono viaggi illuminanti che ci fecero capire che da un lato bisognava fare le cose per bene, sia in vigna che in cantina, senza scorciatoie. E dall’altro bisognava mettersi d’accordo e parlare tutti lo stesso linguaggio, senza criticarsi o contraddirsi a vicenda. Inoltre da quei viaggi abbiamo imparato che bisognava fare vini più eleganti. Non era il caso di generare dei Barolo troppo ricchi di tannino che avrebbero avuto bisogno di anni per trovare la loro armonia. Bisognava fin da subito creare vini finalizzati all’armonia e all’eleganza”.
Dal tuo racconto s’intuisce che tu e Luciano siete cresciuti insieme. Sbaglio?
“Non sbagli assolutamente. – ribadisce Roberto – Luciano e io siamo davvero cresciuti insieme e in modo sincronico. Lo abbiamo fatto nel lavoro svolto alla Marchesi di Barolo, di cui entrambi eravamo orgogliosi. Poi lo avremmo fatto nelle nostre due cantine: lo stimolo professionale e imprenditoriale è stato importante per entrambi e insieme abbiamo fatto percorsi estremamente virtuosi, che hanno fatto il bene delle aziende dove abbiamo lavorato. Nessun problema che incontrassimo sul nostro cammino ci spaventava. Bisognava solo trovare le soluzioni giuste e rintracciare i collaboratori più affidabili per aiutarci a risolverli”.
Vedendolo adesso nei ricordi, com’era Luciano sul lavoro?
“Innanzitutto – ricorda Roberto – Luciano era innamorato del suo lavoro e lo eseguiva con entusiasmo ovunque fosse: era così in Marchesi di Barolo, ma poi lo è rimasto nella sua cantina. Inoltre, Luciano sapeva fare tante cose in contemporanea. Non solo, se il lavoro non costava sacrificio per lui non aveva valore. Dell’importanza di Luciano ti rendevi conto non tanto quando era al lavoro, ma in quei pochi momenti in cui non c’era. E lui c’era sempre: in Marchesi di Barolo, durante la vendemmia, era sempre disponibile e te lo trovavi in cantina anche il sabato o alla domenica quando gli altri se ne stavano giustamente per conto loro”.
Mi racconti qualcosa del carattere di Luciano?
“Luciano – ricorda Roberto – aveva una personalità forte, importante, che in certi frangenti poteva farla apparire difficile nel suo modo di fare e di essere. Ma bisognava sapersi rapportare con lui e in questo io non ho mai incontrato problemi. Nel lavoro aveva bisogno che la sua presenza contasse qualcosa perché era orgoglioso di ciò che faceva. Ma in un rapporto equilibrato non c’erano problemi perché Luciano era trasparente e diretto. Tutto il resto, compreso quel carattere che alcuni descrivevano come rude e scontroso, era più apparenza che altro”.
Hai avuto modo di frequentare Luciano anche fuori dal lavoro. Com’era nelle occasioni di svago?
“Tante volte – Roberto si fa serio e quasi si commuove – abbiamo trascorso delle giornate intere senza lavoro. Andavamo volentieri a pescare insieme. Era una passione comune. In queste occasioni si andava soprattutto in montagna e passavamo veri momenti di relax. La pesca era la scusa per stare insieme. Poi si finiva a mangiare qualcosa, stappare qualche bottiglia. Ricordo che una volta siamo andati al Lago Superiore in Valle Po. Io avevo la passione dell’immersione subacquea e in quella circostanza Luciano mi ha aiutato a portare in quota le bombole di aria compressa per l’immersione. Ricordo ancora adesso quel suo modo compassato, ma deciso di affrontare le cose anche quando non si trattava di lavoro. Prendeva tutto con impegno e la massima attenzione”.
Se ho ben inteso, avete continuato a frequentarvi con una certa assiduità anche quando Luciano ha lasciato la Marchesi di Barolo. Com’erano i vostri rapporti negli ultimi tempi?
“Con Luciano – ripensa Roberto – non avevamo appuntamenti fissi. Sapevamo a
vicenda
quali
erano le nostre abitudini. Ad esempio, lui sapeva che ogni mattina io andavo a
fare
colazione in un caffè a Gallo Grinzane e perciò ogni tanto me lo trovavo lì che mi
aspettava
o che arrivava all’improvviso. Erano momenti di serenità e relax per tutti
e due.
Parlavamo
del più e del meno, commentavamo i fatti e le vicende che capitavano nel mondo del vino.
Ci
raccontavamo anche le modifiche che avevamo fatto sul lavoro o in cantina. Sapevo che
sul
lavoro lui pretendeva tanto, dagli altri ma anche da sé stesso. Ricordo per esempio che
nella legatura delle viti voleva a tutti i costi che si usassero i vimini e allora
cominciavamo a ragionare sui pro e sui contro.
Negli ultimi anni, quegli incontri periodici al caffè si sono un po’ diradati e mi hanno
regalato un’immagine di Luciano sempre più provata. L’ho visto poco per volta
invecchiare,
sentirsi più affaticato, anche se nei suoi occhi c’era sempre quella meravigliosa luce
di un
tempo. Quell’immagine di Luciano che poco per volta diventava più vecchio mi è
rimasta
nel
cuore e la porto con me come il ricordo di un amico che mi è stato vicino per tanti
anni”.
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