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in una storia che intreccia un uomo, la sua terra
e la famiglia che ne custodisce l’eredità.
La graduale crescita delle vigne coltivate a Nebbiolo e con gli altri due vitigni autoctoni di
maggior diffusione (Dolcetto e Barbera) stava generando anche un incremento del vino e delle
bottiglie prodotte. Per accogliere in modo efficace questo aumento di produzione ci voleva una
cantina più spaziosa. In una prima fase, il problema venne risolto affittando due strutture già
esistenti in Barolo, una delle quali, tra fine Ottocento e inizio Novecento, aveva ospitato la
vecchia cantina sociale del paese di Barolo.
Ma anche questa soluzione poco per volta si rivelò inadeguata. Ed era normale che fosse così,
perché in quegli anni ciò che si riusciva trovare in affitto poteva al massimo funzionare da
magazzino o da locale di servizio per etichettare e confezionare, ma non consentiva di
organizzare in modo efficiente un ciclo produttivo tecnicamente impeccabile. Chi aveva una
cantina ben strutturata se la teneva ben stretta.
“Era l’inizio degli anni Novanta. – ricorda Luciano – La nostra produzione aumentava e, nel
contempo, anche il mercato ampliava i suoi confini. Mi resi conto che non potevamo più
continuare con una struttura approssimativa come poteva apparire la nostra. È vero che in
azienda tutti gli operatori lavoravano con impegno e passione, ma il progresso della produzione
e delle vendite doveva anche essere supportato da strutture produttive adeguate, ben organizzate
dal punto di vista operativo, tecnico e tecnologico”.
In quel periodo, tutto il settore vitivinicolo albese e piemontese stava vivendo una fase di
profonda evoluzione. Dopo numerosi anni di dibattiti e approfondimenti, la realtà vitivinicola
piemontese aveva concretizzato i suoi nuovi obiettivi. Il 22 novembre 1994 la Gazzetta Ufficiale
della Repubblica Italiana pubblicava i decreti di riconoscimento delle denominazioni di origine
di territorio (Doc Piemonte, Doc Monferrato e Doc Langhe).
Quest’ultima, in particolare, era destinata a diventare nel tempo una denominazione importante e
strategica per il territorio delle Langhe, con livelli di identità e di immagine molto elevati.
Anche i valori economici avrebbero portato conferme sostanziali, consolidando per esempio nel
2024 un dato globale di oltre 23 milioni di bottiglie generate e commercializzate nell’anno
solare. Tra tutte le tipologie di vino di tale denominazione, il fiore all’occhiello si sarebbe
rivelato il Langhe Doc Nebbiolo con più di 11 milioni di bottiglie. Anche dal punto di vista
strategico, il riconoscimento della denominazione Langhe si sarebbe rivelato una soluzione
determinante perché avrebbe innescato a favore di tutti i vini di primo livello (es. Barolo,
Barbaresco, ma anche Barbera d’Alba, Dolcetto d’Alba, Nebbiolo d’Alba e Roero) un processo di
selezione e di potenziamento del livello qualitativo che, anno dopo anno, si sarebbe rivelato
fondamentale per la loro immagine nel panorama mondiale.
Anche l’azienda Sandrone viveva le problematiche di crescita del settore, naturalmente
rapportate alle dinamiche aziendali. Luciano si guardava attorno e vedeva in tanti suoi colleghi
una voglia irrefrenabile di crescere, realizzare, organizzarsi sempre al meglio.
Così, sulla base di queste constatazioni, dentro di sé stava maturando la consapevolezza che
bisognava pensare alla progettazione e alla costruzione di una nuova struttura di cantina, più
organizzata per ottimizzare i meccanismi produttivi.
“Con molta circospezione e senza dare troppo risalto all’iniziativa, – prosegue Luciano nel suo
racconto – nel 1992 cominciammo a cercare soluzioni nuove per la nostra cantina. In un primo
momento avevamo individuato un edificio già esistente nella parte più bassa del paese di Barolo
che sembrava fare al caso nostro. Ma l’alluvione sopraggiunta nel territorio albese – così come
gran parte del Piemonte vitivinicolo – a novembre del 1994 raffreddò i nostri entusiasmi e
soprattutto ci consigliò di orientare altrove le nostre ricerche. Individuammo così la
collocazione attuale e nel 1997 decidemmo di acquistare il terreno su cui avremmo costruito la
nostra nuova cantina. Il terreno era a Barolo, nella Via Pugnane, un tratto di strada comunale
diretta verso la zona della Bussia e il paese di Castiglione Falletto”.
Anche questo terreno non era lontano da un piccolo rio, il Rio della Fava (in piemontese o rì
dr̄a fâva). Si trattava di un corso d’acqua di scarsa portata, ma gli eventi alluvionali di poco
tempo prima consigliavano di procedere con cautela, soprattutto per capire se ci potessero
essere delle contrarietà alla realizzazione in quella zona di una nuova cantina. Chiarito nel
giro di qualche mese ogni possibile dubbio, in azienda si cominciò a ragionare sulla
progettazione.
Così, in fretta si resero conto che non avrebbero potuto accontentarsi di una piccola struttura,
seppure impeccabile dal punto di vista tecnico e tecnologico.
Bisognava tenere conto dei possibili sviluppi futuri, anche perché nel frattempo la produzione
era ancora aumentata ed era stata seguita anche da un ulteriore ampliamento dei mercati.
Bisognava accelerare i lavori. Oltre a Luciano, anche Barbara e Luca se ne erano convinti.
Poco per volta il progetto venne sviluppato, concentrando in uno spazio unico – anche per
ottimizzare il lavoro – tutte le fasi di cantina, dalla vinificazione al confezionamento e alle
spedizioni verso il mercato.
La progettazione della cantina venne affidata all’Arch. Emilio Rinaldi, che assecondò Luciano e
i suoi in tutte le aspettative. A costruire il manufatto fu determinante l’intervento
dell’Azienda di costruzioni Bertola di Castiglione Falletto. Ma tutti coloro che in qualche modo
collaboravano nell’azienda Sandrone diedero il loro contributo per arricchire quella cantina che
stava sorgendo di tanti particolari piccoli e grandi che potessero renderla da un lato
efficiente e dall’altro gradevole. “Tutte le volte – ricorda con piena soddisfazione Luciano –
che andavamo in giro per il nostro territorio o in quelli vicini eravamo animati dal desiderio e
dalla speranza di trovare qualche spunto piacevole da portare a casa per migliorare la nostra
costruzione. Era il 1999 quando ci insediammo nella nuova cantina di Via Pugnane. Allora,
producevamo 60.000 bottiglie e da quel momento iniziò la nostra ascesa definitiva”.
A questo punto, anche l’organizzazione aziendale ebbe i suoi chiarimenti: Luca si sarebbe
occupato dei vigneti, Luciano della cantina, Barbara delle vendite e Mariuccia avrebbe
continuato a essere la donna eclettica, razionale e resiliente che interveniva a risolvere i
problemi laddove fossero parsi più critici.
Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, nel mondo del vino si affermò una nuova realtà associativa destinata a influenzare il successivo sviluppo del mondo enogastronomico
La storia di Valmaggiore, la collina fatta ad anfiteatro che occupa una delle aree più a sud-ovest del paese di Vezza d’Alba, nel Roero
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