Scarica il libro in PDF e lasciati guidare
in una storia che intreccia un uomo, la sua terra
e la famiglia che ne custodisce l’eredità.
La storia di Valmaggiore, la collina fatta ad anfiteatro che occupa una delle aree più a
sud-ovest del paese di Vezza d’Alba, nel Roero, è costellata di tanti riferimenti che attestano
il forte legame tra questa porzione di territorio (oggi classificata come Menzione Geografica
Aggiuntiva) e la coltivazione della vite, in particolare del Nebbiolo.
Le informazioni storiche si infittiscono nella prima parte del Novecento, quando le principali
cantine del territorio (in particolare la Cantina Enrico Serafino di Canale), acquistando le uve
di Nebbiolo, fissavano i prezzi per caduta, avendo come riferimento di livello massimo proprio
la quotazione di quelle prodotte a Valmaggiore. Perciò, i Nebbioli di Valmaggiore erano già
allora un punto di riferimento essenziale per tutta la produzione vitivinicola del Roero con
attenzione specifica per le uve e i vini a base di Nebbiolo.
A Enrico Serafino nel tempo si sono aggiunte anche altre realtà produttive, spesso non della
zona, ma operanti nel contesto albese, a cominciare dalla Cantina Prunotto di Alba che nel 1961,
grazie alle intuizioni geniali del suo titolare di allora, l’enologo Beppe Colla, fu la prima a
riportare in etichetta la dicitura “Cru Valmaggiore” sull’esempio illuminante dei produttori di
Borgogna. Anche Bruno Giacosa a Neive seguì quell’esempio e dedicò un’attenzione speciale alle
uve Nebbiolo di quel piccolo lembo di terra situato nei pressi del Santuario di Madonna dei
Boschi di Vezza d’Alba.
“Era il 1994 – ricorda con orgoglio Luciano – quando anch’io ho cominciato a pensare con
interesse al Nebbiolo prodotto a Valmaggiore di Vezza d’Alba. Era un po’ che studiavo la
situazione, ma non osavo passare dai sogni ai fatti. Varcare anche solo con il pensiero il corso
del Tanaro mi sembrava un po’ di tradire le preziose colline di Langa ispiratrici del Barolo,
colline che con me erano state tanto generose. Finalmente, il sogno si concretizzò nel 1994. E
ciò che più di tutto mi diede soddisfazione fu la constatazione che l’idea di Valmaggiore non
era soltanto mia. Anche mio fratello Luca, che nel Roero aveva lavorato per qualche anno, aveva
avuto la stessa intuizione. E, come me, anche lui faceva fatica a manifestarla. Poi, abbiamo
rotto gli indugi e soprattutto ci siamo convinti che affiancare al Barolo e ai vini a
denominazione di origine del nostro territorio (Dolcetto d’Alba e Barbera d’Alba) il Nebbiolo
d’Alba poteva essere un gran bel progetto”.
Luciano e Luca Sandrone così si convinsero che bisognava produrre e proporre al mercato non un
vino qualsiasi, ma un grande Nebbiolo d’Alba. E per questo, c’era bisogno di una vigna di grande
vocazione e prestigio.
Così, Luciano si ricordò che – quando lavorava da Giacomo Borgogno – il Cav. Cesare Borgogno
aveva selezionato alcuni viticoltori a Valmaggiore e da loro aveva comprato per una serie di
vendemmie le uve Nebbiolo e, in qualche occasione, anche piccole partite di vino. Il Cav.
Borgogno credeva davvero in questa piccola zona di produzione del Nebbiolo d’Alba al punto che -
a livello di qualità e di prestigio – era solito paragonarla alla lunga collina dei Cannubi a
Barolo.
Così, Luciano cominciò a rovistare nella memoria per rintracciare i nomi di quei viticoltori con
i quali era stato in contatto parecchi anni prima. Sapeva che non era facile rintracciarli, ma
bisognava provare. Poco per volta qualche cosa di più chiaro cominciò a tornare alla mente e
venne anche il momento dell’acquisto del primo vigneto. Manco a dirlo, quel primo acquisto venne
fatto da un certo Signor Battaglino (in quella zona il cognome “Battaglino” è molto frequente,
così come “Cerrato”), che vendette a Luciano una bella vigna con esposizione a sud-ovest, quella
dove c’è tuttora il ciabot (capanno per gli attrezzi) tra i filari.
La notizia di quella prima vigna di Nebbiolo acquistata da Sandrone a Valmaggiore non tardò a
diffondersi e così, poco per volta, si fecero avanti altri viticoltori, soprattutto persone
anziane che non avevano futuro nella lavorazione delle loro vigne. Tutti erano propensi a cedere
il loro pezzo di terra, soprattutto se ad acquistare era quel giovane produttore di Barolo
chiamato Luciano Sandrone.
Erano in genere piccoli appezzamenti di terra e questo costrinse Luciano a fare tanti acquisti
per mettere insieme una vigna dalla dimensione adeguata alle sue esigenze. Per chiudere la
partita, sistemare l’acquisto dei vari appezzamenti e mettere insieme una discreta superficie si
dovettero fare più di 20 atti dal notaio Ghiberti di Alba.
Nel giro di poco tempo, comunque, si ottenne un risultato inatteso; venne messa insieme una
superficie importante per quella zona, circa 2 ettari di vigna, un’estensione che poi nel tempo
si sarebbe ancora incrementata fino a sfiorare gli attuali 3 ettari.
Man mano che acquistavano, Luciano e Luca cominciavano a coltivare le vigne nelle condizioni in
cui si trovavano, magari intervenendo qua e là per tamponare le falle più evidenti, ma senza
esporsi troppo dal punto di vista economico.
“A un certo punto, però, – la precisazione di Luciano è doverosa – ci rendemmo conto che una
terra così pregiata e ricca dal punto di vista vocazionale avrebbe meritato una sistemazione
adeguata e così decidemmo di intervenire sull’impianto. Perciò, ne realizzammo una
ristrutturazione radicale, cercando di ottimizzare la distribuzione delle piante anche in
relazione alla pendenza, che in certi tratti era molto accentuata, quasi proibitiva. Lavorammo
anche per razionalizzare la movimentazione all’interno della vigna attraverso la realizzazione
di una strada centrale e di varie capezzagne parallele allo sviluppo della collina per favorire
l’adeguato trasferimento – con un sistema di traino a carrucola – delle uve in occasione della
vendemmia. Restava il problema dei trattamenti antiparassitari e – dopo prove e controprove – lo
risolvemmo affidando la gestione dell’operazione a un servizio di elicotteri. E questo ci tolse
tutti i problemi”.
Dal punto di vista produttivo, la prima vendemmia fu quella del 1994 quando furono prodotte
appena 3 mila bottiglie, subito vestite con l’etichetta tuttora in uso. Particolarmente
interessante fu l’opera di mediazione grafica: prendendo lo spunto dall’etichetta del Barolo, ne
vennero rielaborati i contenuti, utilizzando, sul fondo bianco, il tradizionale “rettangolo” di
Sandrone in color verde scuro.
L’acquisto del vigneto a Valmaggiore fu quindi un altro importante traguardo del percorso
produttivo di Luciano Sandrone. Lui sapeva che quella lunga collina aveva sempre avuto un
significato importante per il settore vitivinicolo della Sinistra Tanaro. Esserne diventato uno
dei proprietari e uno degli interpreti lo riempiva di orgoglio. Si riconosceva in quel luogo
quasi magico. Lo affascinava prima di tutto quell’impeccabile esposizione in faccia al sole e la
giacitura molto impegnativa dettata dalla pendenza della costa collinare. E, poi, all’inizio
della collina di Valmaggiore, c’era e c’è il Santuario della Madonna dei Boschi, nelle cui
cripte si trovano le tombe di tanti componenti della famiglia dei Conti Roero, una dinastia che
a questo territorio diede non solo la denominazione, ma anche una speciale identità.
Nel tempo, Luciano divenne ancora più orgoglioso di questa scelta. Si rese conto che con
quell’acquisto aveva contribuito a ridare dignità e valore a un sito che stava diventando
prezioso agli occhi di molti produttori, ma che tra gli anni Settanta del Novecento e i primi
anni Duemila aveva rischiato di essere una terra qualsiasi.
Eppure, ancora adesso, percorrendone le vigne, camminandone i filari, si percepisce una
sensazione di maestosità e di fascino che è difficile da ritrovare altrove. A dare una
sensazione così speciale contribuisce da un lato la sua grande vocazione per la vigna, ma
dall’altro anche la bellezza del paesaggio e la storia che questa porzione di territorio ha
saputo sedimentare.
Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, nel mondo del vino si affermò una nuova realtà associativa destinata a influenzare il successivo sviluppo del mondo enogastronomico
La graduale crescita delle vigne coltivate a Nebbiolo e con gli altri due vitigni autoctoni di maggior diffusione (Dolcetto e Barbera) stava generando anche un incremento del vino e delle bottiglie prodotte.
Scarica il libro in PDF e lasciati guidare
in una storia che intreccia un uomo, la sua terra
e la famiglia che ne custodisce l’eredità.