Scarica il libro in PDF e lasciati guidare
in una storia che intreccia un uomo, la sua terra
e la famiglia che ne custodisce l’eredità.
“Per Luciano è stata una grande soddisfazione, ma nel frattempo ci sono stati ancora altri passaggi. In particolare, conobbi quello che sarebbe diventato il padre dei miei figli, Alessia e Stefano e mi trasferii a Milano, dove rimasi fino al 1996 e poi rientrai a Barolo. Per mio papà quel mio ritorno fu una immensa gioia, anche se non lo dava a vedere”.
Come lo vedevi tu con i tuoi occhi di persona che aveva girato il mondo?
“L’ho sempre ammirato e non solo per il coraggio che ha dimostrato nell’affrontare un’impresa come il passaggio da un garage a una nuova cantina con un investimento importante. Capivo che lui era visionario, che anticipava i tempi, che aveva coraggio da vendere e anche una grande voglia di prendersi delle rivincite pure nei confronti di chi gli era stato vicino. Mi raccontava che nel 1974 quando conduceva un piccolo vigneto suo papà lo aveva quasi redarguito, dicendogli che avrebbe fatto meglio ad acquistarsi un’automobile. Ma mio papà era così: la vigna e il Barolo prima di tutto”.
Con il rientro di Barbara in azienda, la struttura poco per volta si potenziava. Ma com’era in realtà la situazione?
“L’organizzazione dell’azienda, in quel periodo, risentiva ancora dell’approssimazione derivata dalla piccola dimensione sia nella produzione che nel mercato. Allora, mi occupavo prima di tutto dell’amministrazione e il mio ufficio era tutto nella stanza dove dormivo: lì c’erano le principali attrezzature, dal computer alla macchina da scrivere e al fax che fungeva anche da telefono e fotocopiatore oltre a una piccola stampante. Intanto, l’attività cominciava a crescere e a potenziarsi e veniva assunta la prima impiegata, Rosella Guazzo. In particolare, erano gli agenti Italia che mi davano molto lavoro. L’export infatti era concentrato con un solo interlocutore per gli Stati Uniti e nei paesi europei cominciavano solo a prospettarsi i primi rapporti. Uno dei primi interlocutori di mercato nel Vecchio Continente è stato Cristopher Moestue in Norvegia, tuttora in rapporto con noi. Piuttosto era il mercato verso il consumatore finale che cresceva in modo esponenziale: i Tre Bicchieri su Gambero Rosso, i 100 punti assegnati da Parker e l’interesse che la nostra e altre aziende del territorio stavano suscitando sulle riviste di settore generavano un afflusso di consumatori per degustare i nostri vini, conoscere i produttori e acquistare qualche bottiglia. Non eravamo abituati a un’affluenza in cantina di questo tipo e, perciò, questo creava anche qualche problema di gestione e di accoglienza. Volevamo essere cordiali e ospitali, ma non avevamo ancora un’organizzazione in grado di reggere a quell’impatto. Con l’incremento delle attività produttive, Luciano ha poco per volta ridotto il suo impegno sul mercato: sentiva di doversi concentrare in vigna come in cantina e questo rispondeva anche alla sua naturale propensione”.
A suo modo sapeva farsi perdonare e regalarci momenti di calore e umanità. Ho tanti ricordi a questo riguardo. In particolare, torno volentieri al 1978: avevo avuto un brutto incidente.
Per Luciano è stata una grande soddisfazione, ma nel frattempo ci sono stati ancora altri passaggi.
Analizzando la produzione, anche attuale, di Casa Sandrone, molti si chiedono come mai siano così pochi i vini prodotti e come mai tra loro non ci sia neanche un vino bianco.
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e la famiglia che ne custodisce l’eredità.