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in una storia che intreccia un uomo, la sua terra
e la famiglia che ne custodisce l’eredità.
Grazie alla collaborazione reciproca, poco per volta si fecero strada e iniziarono a
incontrare
e conoscere molti ristoratori, operatori dell’accoglienza, gente
che si dedicava alla mescita
del vino in varie zone d’Italia e del mondo. Gradatamente, ma in modo molto spontaneo e
concreto, nacquero tante amicizie e collaborazioni di mercato.
“Come non ricordare – suggerisce Luciano – i rapporti privilegiati con Marcello Crini, Guido
di
Costigliole, Felicin a Monforte d’Alba, Gian Bovio di La Morra, Pier Bergadano a Borbore di
Vezza d’Alba, Cesare Giaccone ad Albaretto della Torre, i fratelli Ferretto del
Cascinalenuovo
di Isola d’Asti e altri ancora? Mi torna in mente soprattutto la soddisfazione che ricevetti
dalla personale collaborazione con Felicin di Monforte d’Alba: era l’inizio
degli anni
Novanta,
il 1992 o 93.
Nino Rocca, il figlio di Giorgio, cominciava a lavorare nel ristorante di
famiglia e aveva
rapporti molto buoni con parecchi viticoltori di Monforte d’Alba. Tra gli altri, aveva una
bella
sinergia con il proprietario di una vigna di Nebbiolo da Barolo situata nel cuore della
Bussia
di Monforte e cercava un’azienda che conducesse il vigneto e poi ne
vinificasse le uve
prodotte”.
“Conoscendo i vari produttori, – precisa Nino Rocca – avevo immaginato che
l’interlocutore
ideale a sviluppare quel compito fosse proprio Luciano Sandrone. Così, cercai di convincerlo
a
occuparsene. Ma lui era titubante. D’altronde, sappiamo com’era Luciano: timido, ma non
solo,
ricco di quell’atteggiamento tipicamente piemontese che esprime prudenza nel proprio agire e
grande attenzione verso i propri interlocutori. Cercai di fugare ogni suo dubbio,
precisandogli
i termini dell’accordo. Gli dissi che lui avrebbe pensato a lavorare la vigna, a vinificarne
le
uve e a fare il vino come sapeva lui. Furono proprio queste le parole. A pagare l’affitto al
proprietario della vigna ci avrei pensato io. In cambio Luciano mi avrebbe poi dato una
parte
delle bottiglie prodotte. E così siamo tutti tranquilli … avevo concluso. L’accordo durò
almeno 5 o 6 anni con piena soddisfazione di tutti, fino a quando quella vigna per volontà
del proprietario non fu più disponibile”.
Non c’era bisogno che un ristoratore comperasse i vini di tutti i produttori del gruppo.
Bastava che acquistasse anche solo da uno e diventava il beniamino di tutti. Questa era
sinergia pura perché aiutava ciascuno del gruppo a trovare fiducia, a condividere le scelte
con il mondo della distribuzione, a individuare le soluzioni di mercato più adeguate.
Ovviamente, le aziende del gruppo non erano tutte uguali soprattutto come dimensione:
tuttavia la maggior parte aveva una quantità limitata di vini e di bottiglie per ogni
etichetta e, anche per questo, non sempre riusciva a soddisfare la domanda di mercato che
gli arrivava.
La collaborazione con i ristoratori e gli enotecari di fatto convogliò verso queste aziende
anche alcuni agenti di commercio, i cosiddetti “rappresentanti” di vino: erano figure che
venivano da un passato oscuro, spesso difficile e faticoso, quando si vendeva più la
quantità che la qualità o l’origine sicura.
Proprio in quegli anni, la
figura del rappresentante di vino stava diventando sempre più strategica, utile a
qualificare
un’azienda e ad affermarne l’identità.
E, in quegli anni Ottanta e Novanta, cominciavano a emergere figure di rappresentanti che
preferivano lavorare con le piccole aziende agricole, spesso nate da poco e scarsamente
conosciute. piuttosto che con strutture storiche e dotate di maggiore dimensione e
organizzazione.
“Tra queste figure – ricorda Luciano – mi fa piacere segnalare quella emblematica di
Massimo
Rustichini, un rappresentante che frequentava il mondo di Veronelli e che
operava
soprattutto in
Versilia. Il suo lavoro e la sua vicinanza furono per noi molto utili: da
un lato ci fece
conoscere e apprezzare da operatori giovani e intraprendenti; dall’altro iniziò a
distribuire i
nostri vini nella sua zona, creando una sorta di effetto a catena che, poco per volta, portò
le
nostre etichette
all’attenzione anche del resto del territorio nazionale. Uno dopo l’altro mi tornano in
mente
tanti di questi operatori di mercato: Enrico Provera per la zona di Torino, Paul Farinasso
per
la realtà di Cuneo e provincia, Luca Dallara a Parma, Luciano Gheduzzi a Bologna, Sauro
Rafanelli in Toscana, Diego Amaducci a Imola, Roberto Scopo a Brescia, Carlo Barolo a Varese
e
tanti altri ancora”.
Come abbiamo ricordato in precedenza, la conclusione del decennio Novanta del Novecento coincise con tre annate vitivinicole di spettacolare valore e qualità: il 1988, il 1989 e il 1990.
Non sappiamo se quegli incontri condotti presso la Confcoltivatori e la sinergia che poco per volta si consolidava tra questi piccoli produttori siano stati i precursori di ciò che nei decenni successivi sarebbe capitato nel mondo vitivinicolo di Langa e Roero.
Sarà stata la sua indole di “camminatore solitario”, sarà stato il suo desiderio di mettersi alla prova e confrontarsi ogni giorno con nuove sfide..
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