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in una storia che intreccia un uomo, la sua terra
e la famiglia che ne custodisce l’eredità.
Verso la metà degli anni Novanta del Novecento tutte le vigne preparate con questo tipo di vite
entrarono in produzione. Anno dopo anno, le uve maturavano e regalavano altro vino. I riscontri
in campo e in cantina continuavano a confermare i risultati ottenuti nelle vendemmie precedenti.
Dal punto di vista del mercato, però, Luciano non se la sentiva ancora di sbilanciarsi. Anche se
aveva già intuito che da quelle piante si otteneva un Barolo molto interessante, mancava ancora
qualcosa per esprimere una valutazione definitiva. Sembrava che, nonostante tutti gli impegni
profusi e le indagini condotte, non fosse ancora in grado di “domare” quel Barolo e allenarlo
per diventare un purosangue dalle grandi prospettive.
Nel 1999, allo scadere del secolo, l’insediamento dell’attività produttiva nella nuova cantina
di Via Pugnane permise di ulteriormente professionalizzare anche le prove di vinificazione di
queste uve così speciali. Furono condotti diversi protocolli di vinificazione e maturazione e,
man mano che i lavori proseguivano, Luciano era sempre più convinto della scelta operata e
soddisfatto degli esiti qualitativi che quelle viti regalavano: in cantina diventavano un vino
di bella piacevolezza e struttura.
A ogni vendemmia, da quelle piccole vigne si otteneva un’uva molto ricca, decisamente
“concentrata” e questo fatto richiedeva la conduzione di vinificazioni, maturazioni e
affinamenti molto particolari, spesso differenti rispetto alle uve Nebbiolo prodotte negli altri
vigneti aziendali.
“Con queste consapevolezze – ricorda Luca – volevamo anche riportare questa vite così speciale a
Le Coste di Barolo, là dove Luciano l’aveva rintracciata nel 1987. Nel frattempo
quell’appezzamento si era adeguatamente ampliato e potevamo contare su circa 6.000 metri
quadrati in un solo corpo. Ma Luciano continuava a essere assillato da un dubbio: chissà se
queste viti ottenute da quella pianta originale rintracciata nel 1987 saranno davvero di
Nebbiolo? Si potrà o no ottenerne un Barolo? Senza dubbio, Luciano era orgoglioso di aver
individuato e allevato una vite così particolare, ma lo sarebbe stato ancora di più se quella
vite fosse stata davvero un Nebbiolo. Per capirlo e togliersi ogni dubbio, c’era una sola
strada: sottoporre quella pianta all’analisi del DNA”.
Intanto, il tempo era passato. Gli anni Novanta e il Novecento erano tra i ricordi e si erano
aperti gli anni Duemila. Luciano, con la stretta collaborazione di Luca, aveva messo a punto la
tecnica di coltivazione in vigna e poi quella di cantina. Era fondamentale sciogliere
quell’ultimo dubbio.
Nel frattempo, Luciano aveva già trovato il modo di distinguere quel Barolo da tutti gli altri.
In nome dell’antico rispetto che aveva sempre avuto per il proprietario di quella vigna dove
aveva scovato quella pianta così particolare – all’anagrafe Natale Ronzana – aveva scelto “Vite
Talin” come marchio di riferimento per quel nuovo Barolo.
La prima produzione di questo Barolo pienamente soddisfacente era stata quella della vendemmia
2013.
Perciò, nel 2017, in vista dell’avvio della commercializzazione di quella prima annata del
Barolo “Vite Talin”, Luciano decise di ricontattare l’ampelografa Anna Schneider e chiederle di
procedere alla verifica del DNA su quella pianta. Anche quelle furono settimane di trepidazione.
C’erano tantissimi elementi che facevano pensare che si trattasse di un Nebbiolo, ma – si sa –
l’imponderabile è sempre dietro l’angolo.
Invece, la “lieta novella” giunse a Luciano il 12 settembre 2017. Il referto dell’analisi del
DNA portava in bella evidenza il responso che quella vite così singolare era proprio di
Nebbiolo.
Il resto è storia di oggi: nel frattempo, sono state fatte le prime prove di risanamento con
ottimi risultati grazie all’attività della dottoressa Gribaudo, collega della Schneider al CNR
di Torino, e – in contemporanea – al lavoro di Alessia, la nipote di Luciano, che frequentava la
Facoltà di Agraria a Trento.
Nel 2021, le prime piante risanate sono state messe a dimora in un
campo sperimentale aziendale – per intenderci l’orto dietro casa – e nel 2024 le prime
barbatelle innestate sono andate a dimora in vigneto.
Da quel giorno fatidico del 1987 erano passati 37 anni. Ma non erano passati invano.
Oggi, Casa Sandrone e più in generale il mondo del Barolo sono più ricchi di prima. Dispongono
di un nuovo protagonista delle vigne di Nebbiolo, una vite trovata per caso o per intuizione
sapiente, ma che comunque è capace di regalare vini Barolo di rilevante interesse qualitativo,
sempre dotato di quella preziosa longevità che permette di trasferire i caratteri dell’origine
in un domani anche molto lontano.
Un ulteriore approfondimento si sta facendo grazie alla sinergia con il CREA – Consiglio per la
Ricerca in Agricoltura e l’Economia Agraria, il principale Ente di ricerca italiano dedicato
alle filiere agroalimentari con personalità giuridica di diritto pubblico, vigilato dal
Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste. Il progetto su cui si
sta lavorando concerne la caratterizzazione aromatica dell’uva e del vino che da questa si
produce.
Un bel giorno, nel cuore di quell’anno, Luciano – camminando nei filari di una vigna di Nebbiolo molto piccola, poco più di mille metri quadrati
Un bel giorno, nel cuore di quell’anno, Luciano – camminando nei filari di una vigna di Nebbiolo molto piccola, poco più di mille metri quadrati
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