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in una storia che intreccia un uomo, la sua terra
e la famiglia che ne custodisce l’eredità.
Negli anni Ottanta del Novecento, si cominciavano a svolgere nel territorio albese vari
convegni, incontri e iniziative di approfondimento su temi tecnici e di mercato dei vini del
territorio.
Dal punto di vista tecnico, in quel periodo, il problema più grave era quello dell’ossidazione.
C’era in generale un’impostazione produttiva che sembrava favorire questo difetto: si veniva da
decenni nei quali i vini – anche il Barolo e il Barbaresco – erano ritenuti migliori se sapevano
di vecchio.
Addirittura, c’era qualcuno che faceva di tutto per accentuare questo sentore di vecchio nei
suoi vini. Il passo dal “vino che sapeva di vecchio” al vino ossidato era breve e così – anche
senza volerlo – parecchi produttori si erano trovati questo difetto evidente nei loro prodotti.
Sarebbe bastato privilegiare i caratteri originari dei vini di Langa e Roero – fruttati e capaci
di resistere al tempo – per evitare inflessioni negative che li penalizzavano. Ma bisognava
razionalizzare questo carattere insito dei vini piemontesi e questo non era facile in un periodo
in cui la qualità di un Barolo era stata spesso travisata.
E, poi, c’erano i temi del mercato, che fino ad allora avevano avuto scarsa attenzione.
In sostanza alla base di questa carenza c’erano due motivi: prima di tutto era opinione generale
che bastasse produrre vini di buon livello e che questi si sarebbero venduti da soli; inoltre,
il mercato più esigenze e qualificato, quello all’esportazione, per le aziende piccole, agricole
e artigianali, muoveva appena i primi passi, mentre fino a quel momento era stato percorso
soprattutto da realtà produttive di grande dimensione, a volte industriali, altre volte
commerciali.
A promuovere questi incontri con i piccoli e giovani produttori erano tanti organismi, a
cominciare dalla Confcoltivatori e poi dal Consorzio di Tutela del Barolo e Barbaresco, entrambi
di Alba. Proprio in quel periodo, il Consorzio albese, per dare una mano operativa alle piccole
aziende, aveva promosso e organizzato un “Servizio Telex” che gestiva direttamente e grazie al
quale indirizzava agli interlocutori di mercato di tutto il mondo le comunicazioni dei
produttori di minore dimensione e con dotazioni tecnologiche più improvvisate.
Al riguardo, è bello ascoltare il racconto di Luciano…
“Mi ricordo che, verso la metà degli anni Ottanta, a organizzare incontri e seminari tecnici era
stata anche l’Enoteca Regionale Piemontese di Grinzane Cavour. A tenere le conversazioni aveva
coinvolto tecnici, ricercatori e anche produttori.
Addirittura aveva coinvolto Angelo Gaja, produttore in Barbaresco e personaggio molto attento
allo sviluppo integrato del settore. Io partecipai a questo ciclo di conversazioni e per me fu
un’iniziativa molto utile, soprattutto perché mi aprì gli orizzonti e mi diede gli stimoli utili
ad avviare uno sviluppo adeguato alla mia azienda. Anche grazie a questi approfondimenti,
compresi che dovevo dedicarmi totalmente alla mia azienda e al suo sviluppo. Mi sembrava giusto
investire il mio tempo in quell’azienda che muoveva i primi passi, ma faceva intravvedere
prospettive favorevoli. Così, nel 1990, dopo un periodo di riflessioni e valutazioni familiari,
decisi di lasciare il lavoro alla Marchesi di Barolo e iniziare un percorso tutto mio. Non fu
una decisione facile e nemmeno immediata. In fondo, alla Marchesi di Barolo mi trovavo bene e
anche l’ambiente era di mio gradimento. Inoltre, faticavo a immaginare il mio passaggio da
lavoro da dipendente a un impegno in totale autonomia. L’obiettivo di diventare imprenditore un
po’ mi spaventava”.
“Ma erano i fattori – prosegue Luciano – che mi sollecitavano questa decisione. Se la quantità
prodotta della mia azienda (10 - 15 mila bottiglie) in quel periodo sembrava ancora bassa per un
cambio così drastico, tuttavia le prospettive erano incoraggianti. Inoltre, avevo anche preso in
affitto qualche vigna che in quel momento mi aiutava soprattutto a produrre i vini di pronta
beva come il Dolcetto d’Alba o la Barbera d’Alba, che avevano un mercato piuttosto vivace. E,
poi, quella piccola azienda cominciava a dare i suoi frutti e perciò divenne automatico decidere
di passare dal lavoro dipendente alla piena autonomia”.
Nel frattempo, nella primavera del 1986, un gravissimo scandalo scosse il mondo del vino, con particolare epicentro in Piemonte: era scoppiato il caso del metanolo. Furono giorni assai difficili per tutto il settore.
Intanto, la domanda di mercato cresceva e i vini di Luciano piacevano. Così – d’accordo con la famiglia – decise di cercare altre uve da vinificare.
Dopo la felice esperienza del 1982, Luciano non smise più di partecipare al Vinitaly di Verona e così riuscì a incontrare e conoscere molti operatori e appassionati, soprattutto italiani.
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